In tanti l’hanno fatto almeno una volta: aprire l’armadio, selezionare capi ancora in buone condizioni e pensare di dare loro una seconda vita destinandoli alla raccolta di indumenti usati. L’intenzione è nobile: fare beneficenza, aiutare persone in difficoltà, dare un significato più profondo alle proprie scelte di consumo.
Ma quanti di questi capi finiscono davvero nelle mani di chi ne ha bisogno? E inoltre: siamo certi che il gesto di donare non crei nessun problema logistico e ambientale proprio per quelle persone che dovrebbero beneficiarne?
Dove finisce l’usato che diamo in beneficenza?
Una parte significativa dell’abbigliamento donato viene raccolta, imballata ed esportata verso Africa e Asia, dove i vestiti vengono venduti nei mercati locali. Spesso però la qualità è troppo bassa, soprattutto se si pensa ai prodotti del fast fashion. Di conseguenza i capi sono di fatto inutilizzabili e diventano rapidamente rifiuti, creando un impatto ambientale e sociale significativo in Paesi vulnerabili.
Il cortocircuito dell’usato: un modello insostenibile
Se l’obiettivo è ridurre gli sprechi e trasformare il tessile in una risorsa, il solo gesto di donare i capi usati non basta. Anzi, crea un cortocircuito per cui alimenta problemi più grandi di quelli che voleva risolvere:
- l’abbigliamento di bassa qualità diventa rifiuto per qualcun altro,
- i mercati locali si saturano di prodotti non commercializzabili,
- le infrastrutture di smaltimento, ammesso che siano presenti, vengono sovraccaricate.
Senza un processo di selezione, qualificazione e ricollocazione adeguato, l’usato si limita a spostare altrove il costo ambientale. Inoltre, non serve a scalfire la logica della sovrapproduzione.
L’importanza di una gestione strutturata degli stock
La vera sostenibilità non si costruisce a valle del ciclo di vita del prodotto, ma lungo tutto il percorso. Per questo motivo la valorizzazione di un capo di abbigliamento dev’essere progettata e costruita prima che il capo diventi rifiuto. Ed è proprio qui che si delinea la differenza tra donare un capo usato e gestire in modo strutturato i resi, l’invenduto, i capi disassortiti o difettati, le eccedenze di magazzino.
La donazione può alleggerire un singolo armadio, mentre la gestione strutturata degli stock e del second-hand può alleggerire l’intero sistema. E a farsene carico devono essere le aziende del settore moda, con il contributo di un partner professionale come M&A Export.
Il ruolo di M&A Export: trasformare il problema in risorsa
In M&A Export supportiamo le aziende nella gestione degli stock. Le aiutiamo a selezionare l’invenduto e i prodotti resi, individuare mercati secondari coerenti e affidabili e ricollocare la merce ancora commercializzabile in modo tracciato e nel rispetto del brand, riducendo allo stesso tempo l’impatto ambientale.
Il nostro approccio permette di recuperare valore economico prima che la merce diventi rifiuto, ridurre la pressione sulle filiere dell’usato e sui sistemi di smaltimento, contribuire davvero all’economia circolare del fashion in modo concreto e non solo simbolico.
La sostenibilità oltre il gesto individuale
Donare un capo usato può essere un gesto nobile, ma da solo non basta a correggere un modello produttivo che genera enormi volumi di tessili ogni anno. La vera sostenibilità passa da un sistema in cui il capo d’abbigliamento non diventa rifiuto, né in Europa né altrove.
Le nostre soluzioni dimostrano che si può fare diversamente: dando nuova vita alla merce, evitando gli sprechi e creando valore reale. Per saperne di più, contattaci subito.